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LA BALSA DE PIEDRA
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Nostos / Roberto magro
residenze urbane Copenaghen lucrezia maimone
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residenza Rock me mr Hamlet 4
residenza rock me mr hamlet
residenza Rock me mr Hamlet 2
residenza Rock me mr Hamlet 3
residenza odor di cipria Tunisi Istituto Italiano di cultura
residenza odor di cipria Tunisi 3 Istituto Italiano di cultura
residenza la balsa de piedra2 2015
residenza la balsa de piedra 2015
residenza la balsa de piedra 4
residenza La ballata di filomena3 2015
residenza La ballata di filomena4 2015
residenza La ballata di filomena 2015
residenza La ballata di filomena2 2015
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residenza corps de ville3 2015
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residenza Color scrostato3 Compagnia Danzalabor
residenza Color scrostato2 Compagnia Danzalabor
residenza Color scrostato Compagnia Danzalabor
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la bagarre
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evento poetico tersicorea pie

RESIDENZE RURALI E URBANE.

Residenza come promozione del territorio, come scambio, sperimentazione, ricerca. Residenza come luogo di formazione artistica e umana.

“Il corpo umano diventa “navigatore” nel complesso sistema delle geografie comunicative della città in cui i linguaggi dell’arte interagiscono in un continuo territorio di scambio dove la tecnologia e la poesia dettano le coordinate dei percorsi delle nuove erranze urbane”.

Partendo da questa definizione del concetto di residenza, il focus si sposta su una ridefinizione del rapporto tra il CORPO E LO SPAZIO e sul concetto di DECENTRAMENTO DELL’’ARTE dal punto di vista spaziale e conseguentemente sociale ed economico.

Gli SPAZI E I LUOGHI

Se Lo spazio urbano diventa teatro della vita quotidiana, la città diventa, in questo senso, uno spazio “trovato”, nel quale agli attori, o performers, devono  interpretare lo spazio con i suoi vincoli fisici e sociali.

“L’uso dello spazio non è neutrale, e l’organizzazione funzionale ed estetica dei teatri e delle città lo dimostra. Nei luoghi teatrali “alternativi”, le pareti spoglie, o l’esibizione della struttura della scena che evidenzia la “finzione teatrale” (Schechner, 1968, 45), e per di più la loro ubicazione inusuale che fa dimenticare il teatro-simbolo, contrasta quella sorta di “feticismo” della messa in scena che ad esempio nasconde le mura del fondale del palco con sontuose scenografie, in modo simile a quel “feticismo della merce” attraverso il quale, secondo Marx, “il denaro e il mercato calano un velo, ‘mascherano’ le relazioni sociali tra le cose” (Harvey, 1990, trad. it. 2002, p. 129). Del resto, nei teatri tradizionali vi è una rigida separazione degli accessi per il pubblico e per gli artisti, così, ancora secondo Schechner (1984, 122), “un espediente per separare la produzione delle merci dal loro commercio, è di nascondere tutti i preparativi agli acquirenti”.

Molto spesso, invece, non è dato ritrovare questa separazione negli spazi teatrali alternativi, nei quali le relazioni sociali e di consumo che si instaurano sia tra gli artisti che tra il pubblico, possono essere molto differenti, più orizzontali e meno codificate, rispetto a quanto accade per la fruizione degli spettacoli in un teatro convenzionale.

Quanto detto finora impone anche delle riflessioni rispetto ai fenomeni di mobilità del pubblico, e dunque ai modi di appropriazione di determinate risorse culturali distribuite in modo non uniforme sul territorio.

RAPPORTO CON I FRUITORI

Decentrare l’arte – anche dal punto di vista economico, oltre che sociale e spaziale – significa agire sulle pratiche e sulle esperienze culturali delle persone, in modo da rendere vivibile (in tutti i sensi) non solo la città ma anche quella parte culturale – sempre più significativa – della sua offerta di servizi. Il decentramento dell’arte propone dunque un modello di sviluppo virtuoso, basato sulla capacità di investire nella relazione con il proprio pubblico, al fine di valorizzare i vantaggi e le opportunità dello scambio e del confronto. Un modello di sviluppo che punta sulla responsabilità delle organizzazioni nei confronti del conseguimento degli obiettivi di coinvolgimento e sinergia con il territorio, e, soprattutto, sulla capacità di generare reti di reciprocità nel territorio e di veicolare quei valori capaci di apportare un sostanziale miglioramento della qualità della vita nella comunità. Un comportamento strategico che pone al centro il valore del capitale relazionale e quindi l’attenzione alla costruzione, alla qualità e alla cura nel tempo di ogni relazione, basato sulla profonda convinzione che la produzione culturale debba necessariamente misurarsi con la costruzione paziente di un impatto sulla comunità ponendo maggiore attenzione sulle necessità dei suoi residenti e imparando nel medesimo tempo a rilevare i cambiamenti e a reagire in funzione di essi.

SPAZIO TEATRALE ALTERNATIVO NEI TERMINI DI UN DIALOGO CON L’AMBIENTE URBANO CIRCOSTANTE

L’architettura degli spazi teatrali cosiddetti “alternativi” si connette alla loro collocazione nello spazio urbano come elemento qualificante dal punto di vista simbolico e sociale, ma in modo assai differente dai teatri storici o comunque dall’idea più o meno generale e condivisa di cosa sia un teatro. Questi spazi nascono con uno scopo utilitaristico (ad esempio una ex officina), e sorgono spesso in aree decentrate, normalmente deputate ad altre attività, quasi sempre non culturali, legate ai meccanismi di mobilità, residenza o servizio della collettività urbana. L’ambiente urbano contemporaneo è stato fortemente segnato prima dall’egemonia dei teatri all’italiana – il tipo di edificio per spettacoli predominante nella cultura europea dal XVI al XIX secolo – e poi dalla perdita di significato dell’edificio-istituzione in quanto norma. Il regista e antropologo statunitense Richard Schechner parla di teatri “col proscenio” riferendosi all’assetto spaziale derivato dal teatro all’italiana, strutturato internamente dagli elementi che definiscono e separano sala e scena (Schechner, 1984, pp. 121-123). Per quanto riguarda l’interno, infatti, una prima differenza tra gli spazi tradizionali e quelli alternativi risiede proprio in questa separazione architettonica, rigida e culturalmente codificata, resa possibile dall’arco di proscenio.

Del resto, nel Novecento gli spazi alternativi sono divenuti un punto di riferimento per quegli uomini di teatro i quali, in virtù di un rifiuto dell’ordinario assetto spaziale ed organizzativo canonico del teatro all’italiana, “frontale, distanziante, immodificabile”, sono stati indotti “ad abbandonare i vecchi edifici teatrali ma non tanto per entrare in edifici teatrali nuovi” – è questo il dato significativo – “quanto per dedicarsi all’uso o al riuso di spazi non teatrali: capannoni, magazzini, garage, cantine, chiese sconsacrate; e poi luoghi aperti: piazze, strade, cortili, etc. Piuttosto, trovarsi ai margini vuol dire essere decentrati rispetto ad un sistema teatrale convenzionale. Talora ci si potrebbe anche riferire al fatto che si rivolgono a segmenti di pubblico meno estesi, cioè, come suole dirsi, di nicchia. Nei teatri, dunque, vigono particolari convenzioni artistico-estetiche e “istituzionali” determinate dai codici impiegati nella comunicazione teatrale e da particolari condizioni prossemiche, le quali suggeriscono il modo in cui comportarsi nello spazio in cui ci si trova, e soprattutto comunicano – o, più precisamente, meta-comunicano – una particolare “definizione della situazione”

NECESSARIA INDAGINE SUL TERRITORIO

Un esame del territorio rispetto alla distribuzione delle sale teatrali permetterebbe di cogliere sia gli aspetti legati all’organizzazione di questa attività, sia la dimensione artistica ed estetica che la caratterizza, nonché gli usi sociali e culturali che il suo inserimento nella struttura urbana comporta. La posizione nella città è elemento costitutivo dell’identità di un teatro ed è di fatto “determinante nell’atteggiamento del pubblico” rispetto ad esso e alla relativa programmazione, insieme alle caratteristiche dell’edificio, alla capienza e infine alla storia e alla tradizione della sala. Di fatto nell’estensione cronologica e geografica degli eventi che sono stati assunti come teatro, si deve prendere atto che sono in numero molto limitato quelli pertinenti all’edificio teatrale come luogo attrezzato e progettato in modo specifico per gli spettacoli. Troviamo invece teatro nelle fiere, nei mercati, negli spazi di raduno di una comunità; nei luoghi di culto, nelle chiese e sui sagrati; nelle piazze, nelle strade, nei cortili. Dunque, insieme ai teatri come luoghi fisici ben identificabili, è la stessa organizzazione dello spazio urbano, ieri come oggi, a fungere molto spesso da territorio delle rappresentazioni teatrali. In altri termini, il rapporto tra lo spazio del teatro come luogo della messa in scena e l’ambiente che lo ingloba è sempre dialettico e multiforme, e soprattutto non è mai un rapporto neutrale.

GLI “SPAZI TRASFORMATI”

Gli  “spazi trovati” saranno in genere ambienti e luoghi (al chiuso e all’aperto) più o meno fortemente marcati e strutturati dal punto di vista architettonico e/o urbanistico: l’interno di una chiesa, la sala o il cortile di un palazzo antico, un chiostro, una piazza, una strada” . Tra questi luoghi, però, vi sono oggi anche gli spazi industriali periferici in disuso, “luoghi dell’archeologia industriale, come le vecchie fabbriche”, cioè spazi fortemente connotati simbolicamente, come ad esempio il Lingotto di Torino, usato da Luca Ronconi nel 1991. Molti degli esempi fino ad ora citati mostrano quale tipo di relazione possa esistere tra una ex fabbrica, come il Lingotto torinese oppure come il vecchio stabilimento della Mira Lanza, sede oggi del Teatro India di Roma (“Luogo scenico alternativo al teatro all’italiana”, e l’area adiacente, frutto di ripensamenti culturali e urbanistici che evidenziano uno scarto con la città-consumo, oggi esemplificata dal centro storico riqualificato – eccezion fatta per gli interstizi cui già si è accennato – e dai centri commerciali. Alcune di queste iniziative rientrano in progetti culturali e sociali più o meno rilevanti, sostenuti da istituzioni locali, quali ad esempio i Comuni, con finalità di riqualificazione sociale e funzionale di aree periferiche delle città. 

ESPERIENZA PERSONALE

Come esempio e testimonianza di quanto detto, nella mia esperienza personale posso annoverare tra i diversi progetti di residenza ospitati o/e coprodotti il PROGETTO PLURIENNALE DI DANZA CONTEMPORANEA “ARCHEODANZA”.  (che nasce con la produzione Il Secchio d’Abete da La signora delle vigne di Ghiannis Ritzos , rappresentata nella sua prima versione all’interno del complesso nuragico di Barumini Su Nuraxi, _ iscritto dal 1997 nella lista del patrimonio mondiale dell’Unesco).

I luoghi che ospitano la danza contemporanea si identificano come logos, ovvero identità culturali con il duplice scopo di raccontare e accogliere il progetto/residenza. Si tratta di progetto artistico basato sulla contaminazione tra arte visiva, patrimonio storico-culturale e spettacolo dal vivo. L’itinerario delle residenze e degli spettacoli si svolge fra antiche archeologie in un progetto di promozione e valorizzazione del patrimonio storico.

 

ARCHEODANZA nasce nel 2006 come estensione del Progetto URBANO decennale “DANZARCHITETTURE” e ambedue i progetti battezzati “CANTIERI ARTISTICI”, pongono l’accento sul valore contemporaneo delle “mura”, intese come “ex luogo” di difesa territoriale e oggi, invece, luogo di difesa della cultura e storia della città, più esattamente di conservazione della nostra cultura e memoria, e ancora, ambedue i progetti sottolineano l’obiettivo della formazione e sensibilizzazione del giovane pubblico e degli adulti, attraverso la partecipazione attiva all’interno di  luoghi particolari per la loro preziosità e l’attivazione di diverse forme di progettazione e intervento, che sollecitano la partecipazione attiva di artisti di diversa provenienza. I partecipanti autori e spettatori, attraverso propositi, relazioni e sinergie hanno contribuito alla ricerca.  La Diffusione nazionale - transnazionale dell’esperienza del processo creativo pone l’accento sulle differenti metodologie culturali. La Circolazione delle opere prodotte all’interno del cantiere madre Spazio T.off – contenitore dell’attività di residenza - avviene attraverso canali comunicativi di grande diffusione quali: - seminari, convegni, rassegne, festivals, sito internet e utilizzando il linguaggio del video docu//film come strumento di comunicazione. Ciò consente di estendere la ricerca e il prodotto culturale che non si concluderà nello spazio e nel tempo relativo alla durata del progetto, ma si aprirà alla continua generazione della dimensione multiculturale, anche oltre i confini del territorio della Sardegna.

le residenze artistiche

Officina delle arti sceniche e performative

Tersicoreat.off Officina delle arti sceniche e performative

Via Nazario Sauro,6 09123 Cagliari

tel. +39 070/275304  ___ mob. +39 328/9208242

mail/ufficio amministrativo: tersicoreat.off@gmail.com

mail/ufficio didattica/corsi e laboratori:tersicoreat.offscuola@gmail.com

pec: tersicoreat.off@mypec.eu

website: www.tersicorea.it

Tersicorea è un ORGANISMO DELLA DANZA sostenuto da MIBACT Ministero per i Beni e le Attività Culturali e del Turismo; Regione Sardegna; Comune di Cagliari 

NETWORK

Med'Arte rete per lo sviluppo delle arti sceniche nel bacino del Mediterraneo

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foto: Nello Maimone